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Giffoni Film Festival con Foto Ema

Giffoni Valle Piana (SA) · 22 luglio 2026

Una giornata di formazione sul palco del Giffoni Film Festival, insieme a Foto Ema: come Nikon, DJI e Insta360 entrano davvero nel lavoro di chi crea immagini, partendo dal dietro le quinte e arrivando all’intelligenza artificiale.

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Andrea Ravanetti sul palco del Giffoni Film Festival davanti al pubblico

// L’evento

Il risultato, da solo, non bastava

Il Giffoni Film Festival non è soltanto cinema: è un posto dove si discute di immagine e di linguaggio, e dove il pubblico più giovane arriva con domande molto concrete. Ci sono salito insieme a Foto Ema per una giornata di formazione costruita attorno agli strumenti che negli ultimi anni hanno cambiato il lavoro di chi fa contenuti — e, soprattutto, attorno a quello che quegli strumenti permettono davvero di raccontare.

Sono partito da un problema mio. Per anni su Instagram ho pubblicato soltanto il risultato: la foto finita, senza contesto. E il risultato, da solo, faceva fatica. Le persone guardavano l’immagine ma non riuscivano a interpretare il lavoro che c’era dietro — le scelte, il tempo, le condizioni in cui quello scatto era stato costruito. Da lì è nata l’idea di raccontare la fotografia attraverso il video: non per spiegarla, ma per restituire il come.

Quel primo progetto, i dietro le quinte dei set di #NikonCreators, ha finito per diventare il modo in cui lavoro. Prima sono arrivati i tutorial sulla creazione di immagini e di video, poi il confronto con tutto ciò che nel frattempo si è messo in mezzo: l’intelligenza artificiale, i droni che ormai può far volare chiunque, le camere che si muovono da sole. Il talk di Giffoni è il tentativo di mettere in fila queste cose senza trasformarle in un catalogo di prodotti.

L’intervento, in sette passaggi

Perché racconto la fotografia col video
Fotografia e AI: serve un nome nuovo
Riprese aeree dentro un reel
Un dispositivo dedicato ai contenuti
Auto-track: basta reel statici
Il drone che decolla dallo smartphone
Microfoni wireless: l’audio che cambia tutto

// I temi

Gli strumenti contano per quello che ti fanno raccontare

La parte più scomoda è quella sull’intelligenza artificiale. Quando ci troviamo davanti a qualcosa di spettacolare, oggi, la domanda non è più se sia bello: è se sia una fotografia oppure quella che a me piace chiamare digital art. È un tipo di immagine — e secondo me anche un tipo di arte, perché non c’è motivo di valutarla meno o più di una fotografia — che da qui a qualche anno avrà bisogno di un nome suo. Come una fotografia non è un dipinto, allo stesso modo un’immagine generata è un’altra cosa ancora. E senza il dietro le quinte, faccio davvero fatica a distinguerle.

Dal mondo dei droni, invece, non vengo. La prima reazione era stata «ok, è un drone, non sono capace di fare quelle riprese lì, non mi ci metto neanche». Poi ne ho trovato uno che decolla dallo smartphone e che le riprese se le costruisce da solo: l’orbita intorno al soggetto, l’active track, tutto preimpostato. Questo ribalta il limite che il drone aveva per chi crea contenuti, cioè che mentre lo piloti non puoi essere anche il soggetto. E dentro un normale reel di presentazione di un hotel bastano pochi secondi dall’alto per alzare di molto la percezione del contenuto: sembra una cosa che non può fare nessuno, mentre in realtà può farla chiunque. Per il cliente significa un risultato molto più professionale senza dover far uscire un professionista apposta.

Poi c’è la parte di cui non parla mai nessuno, che è il disordine. In una giornata di creazione contenuti nella galleria dello smartphone finisce tutto insieme: la foto che mando a mia nonna, il video che un amico gira su WhatsApp, i file di lavoro. Avere un dispositivo dedicato al video vuol dire arrivare all’editing senza dover prima scavare. E una camera che aggancia il soggetto con un doppio tap e lo segue da sola permette di muoversi per un palco o per un negozio senza nessuno dietro l’obiettivo: è il modo per uscire dai reel girati con lo smartphone appoggiato al supporto, dove la qualità è ottima ma l’inquadratura resta completamente ferma.

L’ultima cosa è l’audio, che è anche quella che si sottovaluta di più. I microfoni wireless, con caratteristiche molto simili sia in casa DJI sia in casa Insta360, si connettono direttamente alla camera o al telefono e diventano indispensabili quando si registra lontani dal dispositivo, o quando ci si avvicina e ci si allontana durante la ripresa. La qualità integrata è altissima, c’è l’antivento quando serve, e sui modelli Pro si può attaccare un lavalier e portare il microfono esattamente dove deve stare.

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Ritratto illustrato di Andrea Ravanetti

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